Aggiornato ad agosto 2026.
Se stai cercando «Google My Business» probabilmente vuoi una di due cose: entrare nel pannello per cambiare gli orari, oppure capire perché il concorrente che sta due strade più in là compare sopra di te sulla mappa. Rispondo subito a entrambe.
Il pannello non esiste più come app separata. Il servizio adesso si chiama Profilo dell’attività su Google e si gestisce direttamente dalla Ricerca o da Google Maps: entri con l’account Google proprietario della scheda, cerchi il nome della tua attività, e i comandi per modificare compaiono nei risultati. Niente più my business punto google punto com, niente app da scaricare.
Sulla seconda domanda la risposta breve è che quasi nessuno compila la scheda per intero, e che le poche voci che contano davvero non sono quelle che si compilano per prime. Qui sotto c’è tutto: come rivendicarla, che cosa sposta i risultati, gli errori che vedo più spesso e una routine da venti minuti al mese per non lasciarla morire.
Dove si gestisce oggi la scheda
Tre passaggi, dal telefono o dal computer:
- Entra in Google con l’account che possiede la scheda — non un altro, e non quello personale di tuo nipote che te l’ha aperta nel 2019.
- Cerca il nome della tua attività su Google o aprila su Maps.
- Se sei riconosciuto come proprietario, compaiono i pulsanti per modificare informazioni, foto, recensioni e post direttamente lì.
Se quei pulsanti non compaiono, la scheda non è tua: o non è mai stata rivendicata, o è intestata a qualcun altro. Le due situazioni si risolvono diversamente, e le vediamo subito.
Rivendicare e verificare: come funziona davvero
Google crea schede in automatico anche per attività che non hanno mai chiesto niente, mettendo insieme dati pubblici e segnalazioni degli utenti. Per questo può esistere una scheda della tua attività che tu non hai mai aperto — con orari sbagliati e magari una foto scattata da un passante.
Per prenderne il controllo cerchi l’attività su Maps e usi la voce per rivendicarla come proprietario. Poi c’è la verifica, che serve a dimostrare a Google che l’attività è tua ed esiste davvero: a seconda del caso può arrivare per cartolina all’indirizzo, per telefono, per email, oppure con un video in cui riprendi l’insegna, l’interno e qualcosa che colleghi te all’attività — quest’ultima è diventata la strada più frequente per le attività nuove.
Due avvertenze che fanno risparmiare settimane. La prima: durante la verifica non cambiare nome, indirizzo o categoria, perché il processo riparte da capo. La seconda: se la scheda risulta già rivendicata da qualcun altro — capita con vecchie agenzie o ex soci — esiste una procedura di richiesta di accesso; il proprietario attuale ha alcuni giorni per rispondere, e se non risponde puoi ottenere il controllo. Non aprire una seconda scheda: i doppioni si fanno concorrenza da soli e poi vanno uniti, che è più lavoro di quanto sembri.
Le voci che spostano davvero i risultati
Una scheda ha una ventina di campi. Non pesano uguale. Questa è la scaletta con cui la compilo io, dall’alto in basso.
| Voce | Quanto conta | Nota |
|---|---|---|
| Categoria principale | Moltissimo | Decide per quali ricerche puoi comparire. Una sola, la più precisa. |
| Nome, indirizzo, telefono | Moltissimo | Devono essere identici a come compaiono sul sito e altrove. Identici, non simili. |
| Categorie secondarie | Molto | Da due a cinque, solo servizi che offri davvero. |
| Recensioni (quantità e freschezza) | Molto | Contano anche le risposte: una scheda dove il titolare risponde è una scheda viva. |
| Foto | Molto | Reali. Sono la prima cosa che guarda chi non ti conosce. |
| Orari, compresi i festivi | Molto | Un orario sbagliato a Ferragosto vale una recensione da una stella. |
| Servizi e prodotti | Abbastanza | Elenco compilato a mano: è testo che aiuta a farsi trovare. |
| Descrizione | Poco | 750 caratteri, la legge quasi nessuno. Scrivila comunque, in italiano vero. |
| Post | Poco, ma non zero | Occupano spazio nella scheda e mostrano che sei attivo. |
La categoria principale è la scelta più importante che fai
È la voce che sbagliano quasi tutti, e si sbaglia in due modi.
Il primo è mettere una categoria troppo larga per sembrare più grandi: «ristorante» invece di «trattoria», «negozio» invece di «ferramenta». Sembra prudente e invece ti mette in gara con tutti, dove non vinci mai. Il secondo è metterne una che non descrive quello per cui la gente ti cerca: se il 70% del tuo lavoro è la riparazione, ma la categoria dice «vendita», Google ti propone alle persone sbagliate.
Il metodo che uso è banale e funziona: scrivi su un foglio le tre frasi con cui un cliente ti descriverebbe al telefono a un amico. Cerca quelle frasi su Maps e guarda che categoria hanno le prime tre attività che compaiono. Quella è la tua.
Le foto: quante, quali, ogni quanto
Le foto non fanno salire la scheda nei risultati come fa la categoria, ma decidono che cosa succede dopo: sono la cosa che guarda chi deve scegliere fra te e un altro a parità di distanza.
Servono l’esterno con l’ingresso riconoscibile — perché chi arriva in macchina deve capire dove fermarsi — l’interno, il lavoro in corso, e le persone che ci lavorano. Fatte col telefono, con la luce del giorno, vanno benissimo. Le foto d’archivio comprate si riconoscono e fanno il danno opposto: dicono che dentro non c’è niente da mostrare.
Ogni quanto: due o tre foto nuove al mese bastano. Non serve un servizio fotografico, serve continuità.
Le recensioni: come chiederle senza diventare molesto
Le recensioni sono il punto dove le schede si separano davvero, e sono anche il punto in cui la maggior parte delle attività non fa niente perché «chiedere imbarazza».
Chiedere funziona se rispetti tre condizioni: subito, cioè entro poche ore dal lavoro finito, quando il cliente è ancora contento; di persona o con un messaggio scritto da te, non con una automazione che si vede lontano un chilometro; e con il link diretto, quello che apre già la finestra della recensione, perché ogni passaggio in più dimezza le risposte.
Due cose da non fare mai: comprare recensioni — si riconoscono, e quando Google ripulisce sparisce anche quello che avevi guadagnato onestamente — e chiederle solo ai clienti contenti selezionandoli uno per uno. Sul secondo punto sono meno rigido: è naturale chiedere a chi ha appena detto grazie. Il confine è non filtrare, cioè non mettere in mezzo un modulo che manda su Google solo chi ha messo cinque stelle.
Rispondere conta quanto ricevere. A quelle positive basta una riga, ma personale: se citi il lavoro che avete fatto insieme si capisce che non è un copia-incolla. A quelle negative si risponde una volta sola, senza discutere: dispiacere, la tua versione dei fatti in due righe, e un modo per sentirsi. La risposta non è per chi ha scritto: è per i cinquanta che la leggeranno dopo.
Post, domande e risposte, messaggi: servono?
I post sono aggiornamenti brevi che compaiono nella scheda. Non aspettarti che portino traffico: servono a occupare spazio e a far vedere che l’attività è viva. Uno ogni due settimane è una cadenza sostenibile; se diventa un peso, meglio zero post e due foto in più.
Le domande e risposte sono la parte più trascurata e la più utile: chiunque può scrivere una domanda pubblica sulla tua scheda, e chiunque può rispondere — anche chi non c’entra niente e risponde male. Puoi scriverle tu le domande, quelle che ti fanno davvero al telefono, e rispondere: parcheggio, pagamenti, se serve appuntamento, se lavori anche fuori paese. È mezz’ora di lavoro una volta sola che ti toglie dieci telefonate.
I messaggi attivali solo se rispondi in giornata. Un pulsante «scrivici» che non risponde è peggio di non averlo.
La scheda Google non racconta la tua attività a Google. La racconta alla persona che è già a trecento metri da te e sta decidendo se entrare.
Gli errori che vedo più spesso
- Nome dell’attività gonfiato. Aggiungere «Sassari» o «riparazioni caldaie» dentro il nome per farsi trovare è contro le regole e ti espone alla sospensione. Il nome è il nome dell’insegna.
- Dati diversi fra sito e scheda. «Via Gramsci 32» sul sito e «V.le A. Gramsci, 32» sulla scheda sono due indirizzi diversi per un motore di ricerca. Scegline una forma e usa sempre quella, ovunque.
- Orari festivi mai compilati. È l’unico errore che produce una recensione negativa immediata: chi trova chiuso dopo aver guidato venti minuti scrive.
- Il link che punta sempre alla home. Se hai una pagina dedicata al servizio principale, il collegamento va lì. Chi arriva dalla scheda ha già una domanda precisa.
- Schede doppie. Nate da un vecchio indirizzo o da una rivendicazione fatta due volte. Vanno unite, non abbandonate: quella vecchia continua a comparire.
- Area di servizio sbagliata. Se lavori a domicilio e non ricevi clienti in sede, l’indirizzo va nascosto e va indicata l’area coperta. Se invece hai un negozio, l’indirizzo deve essere visibile.
Vuoi che guardi la tua scheda?
Trenta minuti in videochiamata, gratis: apriamo insieme il tuo profilo e ti dico le tre cose da sistemare per prime. Poi te le fai da solo, se preferisci.
Una routine da venti minuti al mese
Una scheda ottimizzata bene e poi lasciata lì si spegne piano. Questa è la manutenzione minima che consiglio, e sta in venti minuti.
| Quando | Che cosa | Minuti |
|---|---|---|
| Ogni settimana | Rispondere alle recensioni nuove | 3 |
| Ogni mese | Caricare due o tre foto fatte col telefono | 5 |
| Ogni mese | Controllare che nessuno abbia «suggerito una modifica» ai tuoi dati | 3 |
| Ogni mese | Chiedere la recensione ai due o tre clienti più contenti | 5 |
| Prima di ogni festività | Impostare gli orari speciali | 4 |
Quel terzo punto merita una riga in più: chiunque può proporre una modifica ai tuoi dati, e a volte Google la accetta senza avvisarti. Ho visto orari cambiati da un utente qualsiasi e attività date per «chiuse definitivamente» mentre erano aperte. Controllare una volta al mese costa tre minuti e ogni tanto salva una giornata di incassi.
La scheda da sola basta?
Per certe attività sì, e lo dico contro il mio interesse: se lavori solo nel tuo paese e i clienti ti trovano perché ti conoscono, una scheda curata con recensioni fresche rende più di un sito nuovo, e costa zero. È la prima cosa che dico a chi mi chiama per un sito senza averne bisogno.
La scheda smette di bastare quando la domanda che ti porta clienti non è «dove sei» ma «chi lo fa e come»: preventivi, lavori su misura, servizi che si scelgono confrontando. Lì serve un posto dove spiegare, e quel posto è il sito. Le due cose lavorano insieme — la scheda ti fa comparire, il sito ti fa scegliere — e infatti sulla scheda il collegamento al sito è una delle voci che si compilano per prime.
Se stai valutando anche quello, ho scritto due pezzi che rispondono alle domande che arrivano subito dopo: quanto costa un sito web, voce per voce e meglio Wix, WordPress o un’agenzia. Il lavoro continuativo su ricerca e visibilità, scheda Google compresa, è quello che sta nella pagina ottimizzazione SEO.
Se vuoi che la guardi io
Trenta minuti in videochiamata, gratis: apriamo insieme la tua scheda, guardiamo categoria, foto e recensioni e ti dico le tre cose da sistemare per prime. Se poi te le fai da solo va benissimo lo stesso.